giovedì 24 dicembre 2015

JUSTIFIED (dicembre 2012)

Ripropongo l'articolo su Justified scritto nel 2012, rivisto e corretto dopo avere visto l'ultima stagione (la sesta) della serie.


Mi fa un po’ rabbia che le serie più commentate, da noi, siano The Walking Dead e Il Trono di Sp­ade. Justified, una delle migliori serie degli ultimi anni, prodotta da FX Network, è passata un po’ in sordina.

Sospetto che sia perché è una serie ricca di ironia, e da noi invece si preferisce separare con l’accetta dramma e umorismo. O forse perché gli autori non premono l’acceleratore su sesso e violenza. O perché Justified non ha quella filosofia amorale “ made in HBO” che da noi è considerata cool. Sarà per tutte queste cose insieme. Sta di fatto che per me è un peccato che se ne sia parlato poco.

Negli USA Justified è andata molto bene. Ha avuto un ottimo riscontro di critica e di pubblico e, cosa nient’affatto scontata, un ottimo finale dopo sei stagioni di ottimo livello. A monte di questa felice riuscita c’è prima di tutto Elmore Leonard, classe 1925, romanziere più volte “tradotto” (con esiti alterni) dal cinema. Justified è tratta da un racconto e da alcuni romanzi che hanno per protagonista Raylan Givens.

giovedì 3 dicembre 2015

THE INFIDEL (PIGMAN vs SUPERJIHAD) (2011)

In settembre è uscito, dopo un'attesa di due anni, il terzo episodio di The Infidel, fumetto "indy" di Bosch Fawstin. Lo recensii alla prima uscita nel 2011, ritenendolo imperdibile per due caratteristiche. Primo: è forse - anzi, quasi sicuramente - l'unico fumetto realistico/avventuroso dichiaratamente schierato contro l'Islam. Secondo: pur essendo un'opera "a tesi", è anche un ottimo fumetto, basato su una premessa intrigante e sostenuto da uno storytelling impeccabile. 


Killian e Salaam Duke sono due fratelli gemelli. Americani di origine albanese, sono entrambi mussulmani senza problemi fino all’11 settembre 2001. L’attentato alle torri gemelle li cambierà, in maniera radicale e irreversibile. Salaam diventa un sostenitore della jihad, mentre Killian si allontana dalla religione. E non solo: disgustato dal fanatismo islamico, realizza una serie a fumetti con un super–eroe, Pigman, che combatte ferocemente la Jihad…

martedì 17 novembre 2015

HOLY FRANK! (dicembre 2011)

Recensione di Holy Terror di Frank Miller, un lavoro indigesto a molti, e non per motivi meramente artistici.


“Se mi aspetta una carriera nel fumetto, spero che sia come quella di Bob Dylan”. Così diceva, più di vent’anni fa, un giovane autore di nome Frank Miller. Non parlava di fama, successo e denaro; si augurava qualcosa di ben più ambizioso: acquisire una “voce”, una identità artistica indiscutibilmente originale, anche pagandola cara in termini di consenso. E in effetti è successo: Miller ha lasciato il segno nel medium percorrendo una strada tutta sua.

Ultimamente Miller è tornato alla ribalta delle cronache non per un lavoro fumettistico, ma per una sparata sul suo blog contro i manifestanti di “Occupy Wall Street”. E in aggiunta al suo sconcertante (eufemismo per “deludente”) debutto registico con The Spirit e a una latitanza fumettistica di molti anni, interrotta dal recente e discusso Holy Terror, questa sparata reazionaria è sembrata a molti la prova definitiva che Miller è un artista ormai “bollito”.

Terminato di leggere Holy Terror, io della “bollitura” di Miller non sono affatto sicuro. Intendiamoci, non sono nemmeno sicuro che Holy Terror sia un “bel” fumetto; ma non mi sento di liquidarlo, con una scrollata di spalle, come il flop di un artista in crisi, il delirio senile di un reazionario o un lavoro tirato via alla bell’e meglio per “tornare nel giro”.

Anche perché Holy Terror è con ogni evidenza un lavoro meditato e fermamente voluto, sostenuto da un impegno grafico che Miller non esibiva almeno dai tempi di 300.


domenica 1 novembre 2015

WITNESS (2006)

Ho ritrovato un vecchio articolo, scritto nel 2006, su un film che amo molto, Witness di Peter Weir. L'unico caso in cui il regista australiano si è cimentato nel "genere", ovviamente interpretandolo a modo suo, ma senza la pretesa intellettualistica di trasformarlo. Regia di classe, ovviamente, ma anche sceneggiatura di ferro (dei coniugi Earl e Pamela Wallace e di William Kelley). E la fotografia di John Seale, ispirata ai colori della pittura fiamminga, è una gioia per gli occhi. Se ricordate gli anni ottanta solo per I predatori dell'arca perduta, I Blues Brothers e Ghostbusters, vi consiglio caldamente di recuperare questo film. 


A Filadelfia, un bambino di religione Amish, Sam, è testimone dell’omicidio di un poliziotto. Il detective John Book si occupa del caso e scopre ben presto che gli assassini sono poliziotti corrotti. Benché ferito gravemente in un agguato, il detective si preoccupa di proteggere il piccolo Sam e sua madre Rachel. Li carica in macchina e li riporta al sicuro, nella loro comunità. Ma Book arriva in condizioni gravissime: agli Amish non resta che cercare di curarlo e sperare che i poliziotti corrotti non lo trovino...

L'incipit di Witness di Peter Weir è puramente thriller: un delitto, un poliziotto che si imbatte in un’indagine più grande di lui, una vedova e un bambino in pericolo... 



All'epoca (1984), un thriller era esattamente quello che il regista stava cercando. Weir racconta che, amareggiato dal blocco della lavorazione di The Mosquito Coast, non voleva restare fermo. Aveva bisogno di un progetto. Witness - una sceneggiatura di Earl & Pamela Wallace e William Kelley - gli sembrava il copione giusto: un solido film di genere, avvincente, senza grandi problemi produttivi. Una passeggiata, per il regista di film intensi come Picnic a Hanging Rock, Gallipoli, Un anno vissuto pericolosamente. E poi il produttore era un tipo affidabile quanto pragmatico come Edward S. Feldman. La star coinvolta era nientemeno che Harrison Ford, reduce da Blade Runner. Una volta scritturata una giovane attrice esordiente, Kelly McGillis, sembrava bell’e pronto il prodotto hollywoodiano più classico. Ma Witness sarebbe diventato ben altro. 


venerdì 25 settembre 2015

VOGLIO LA TESTA DI GARCIA (agosto 2013)

Col tempo i gusti cambiano. Un film rivisto a distanza di anni non ci dà più le stesse sensazioni della prima visione. Ma i film di Sam Peckinpah li rivedo regolarmente, e ogni volta mi sembra di cogliervi qualcosa in più. Voglio la testa di Garcia, il film più cupo e disperato firmato dal regista californiano, è uno dei miei preferiti, insieme al Mucchio Selvaggio e a Sfida nell'Alta Sierra. Due anni fa rividi il film su Sky e scrissi questo pezzo.  

  
Un ricco fazendero messicano noto come El Jefe mette una taglia sull'uomo che gli ha sedotto la figlia, Alfredo Garcia. Lo vuole vivo o morto. Nonostante lo spiegamento di forze disposto da El Jefe per la caccia, il seduttore è introvabile. Finché entra in scena Benny, un pianista squattrinato e disposto a tutto, che ha la soffiata giusta: Alfredo Garcia – che ha avuto anche una relazione con la donna di Benny, Elita – è morto. Benny ha un’idea. Aprire la tomba, decapitare il cadavere e portare agli uomini del Jefe la testa di Garcia. Ma quando Benny arriva al cimitero insieme a Elita, qualcosa va drammaticamente storto. E quello che doveva essere il colpo della vita per Benny diventa un cammino di vendetta punteggiato da cadaveri... 

Difficile parlare di Voglio la testa di Garcia senza tirare in ballo le vicende biografiche del regista Sam Peckinpah, che arriva a dirigerlo dopo la catastrofe di Pat Garrett e Billy the Kid, sottrattogli dai produttori e sottoposto a un drastico rimontaggio. Fingiamo di non sapere che Peckinpah riversò in questo film tutta la sua frustrazione e la sua rabbia. E, non da ultimo, la consapevolezza di avere probabilmente imboccato un tunnel senza uscita. Peckinpah lavorerà ancora per dieci anni (Osterman Weekend, il suo ultimo film, è del 1984), ma Voglio la testa di Garcia sarà l'ultimo film realmente “suo”, cioè l'ultimo su cui il regista avrà il controllo fino in fondo. 

venerdì 11 settembre 2015

L'ULTIMA CASA A SINISTRA

Per ricordare Wes Craven, scomparso qualche giorno fa, ripropongo questo articolo scritto nel 2002 per il vecchio sito.


Mari sta per compiere diciassette anni, e intende festeggiare in anticipo andando a un concerto con l’amica Phyllis. Saluta i genitori ed esce. Non tornerà mai più: poche ore dopo, Mari e Phyllis, in cerca di un po’ di marijuana, capitano nella tana del lupo. Il ragazzo che le ha invitate a entrare a casa sua è Junior Stillo, figlio dello psicopatico Krug Stillo, appena evaso e a caccia di prede con i suoi complici Weasel e Sadie. Krug e i suoi rapiscono le ragazze, le portano in un bosco, le seviziano orribilmente e e infine le uccidono. Poi, bloccati dalla macchina in panne, bussano in cerca d’aiuto alla porta della casa più vicina. Che, per un bizzarro scherzo del destino, è la casa dei genitori di Mari…


La trama di L’ultima casa a sinistra (The Last House on the Left), diretto nel 1972 da Wes Craven (il futuro regista del ben più celebre Nightmare), è più o meno tutta qui.

Ho visto diversi film – per lo più film spazzatura – con una trama di questo tipo. Ma non avevo mai visto l’originale, il capostipite di quel filone del thriller denominato rape and revenge (stupro e vendetta). Confesso che non sono un appassionato del genere (figuriamoci, sono cresciuto con i fumetti di Capitan Miki e Blek Macigno), ma L’ultima casa a sinistra fa eccezione rispetto al cinema di cui sopra. Non arrivo a dire che mi ha entusiasmato. Diciamo che l’ho trovato interessante. Ma ammetto di avere qualche difficoltà a spiegare come e perché. 

sabato 29 agosto 2015

QUANDO BONVI RACCONTO' TSUSHIMA

Ho ritrovato una vecchia recensione, scritta nei primi anni duemila, di uno dei più bei lavori di Bonvi.


A metà degli anni settanta il fumetto europeo è scosso da un sussulto d'orgoglio: si comincia a pensare che il fumetto non è più "roba da bambini", ed è degno di comparire sugli scaffali delle librerie senza sfigurare. Sergio Bonelli si lascia contagiare dall'entusiasmo e vara una collana di volumi eleganti, di grande formato e con copertina cartonata. La collana si intitola Un uomo un'avventura, e si regge su un'idea semplice quanto efficace: raccontare storie d'avventura con protagonisti di fantasia, sullo sfondo di eventi reali.

Gli autori contattati costituiscono il gotha del fumetto italiano, dai rappresentanti di quello che allora era chiamato "fumetto d'autore" (Pratt, Manara, Crepax, Toppi) ai più stretti collaboratori di Sergio Bonelli (Castelli, D'Antonio, Berardi & Milazzo...) Più, inaspettatamente, un autore umoristico: Bonvi. Cosa ci faccia il Bonvi in mezzo a tanti illustri rappresentanti del fumetto realistico avventuroso, non si capisce bene, a prima vista. Ma si capisce dopo avere letto il volume: perchè L'uomo di Tsushima non solo è uno dei più bei volumi della collana, ma anche una delle più belle cose mai fatte dall'autore delle Sturmtruppen, e zenith della prima fase della sua carriera.

giovedì 6 agosto 2015

COME STEVE JOBS HA ROVINATO I FUMETTI

Questo articolo è inedito, ma non nuovo. E' l'ultimo articolo che scrissi per il vecchio sito, e che poi, avendo deciso di chiudere il sito, rinunciai a pubblicare. Prende lo spunto da un acuto e divertente articolo del cartoonist Tom Pappalardo, uscito qualche anno fa. Pappalardo mostra come il progresso della tecnologia abbia portato alla miniaturizzazione della stessa... e abbia reso i fumetti molto meno spettacolari.


1967: la rappresentazione del computer nella fantascienza è Hal 9000 in 2001 Odissea nello Spazio. Ancora negli anni sessanta i calcolatori elettronici occupavano una stanza intera. Quale poteva essere lo sviluppo “futuribile” di questa idea? Quello mostrato da Kubrick: che i calcolatori occupassero uno spazio grande come una cattedrale. E invece, come sappiamo, nel mondo reale le cose sono andate in senso opposto. Oggi il computer è un rettangolo delle dimensioni di un quaderno, che tenete agevolmente in mano. Qual è lo sviluppo “futuribile” della situazione attuale? I chip sottopelle. L’invisibilizzazione della tecnologia. Quindi, la fine della fantascienza (almeno nel suo aspetto grafico).

Non a caso, attualmente, l’unico filone fantascientifico che offra al fumetto possibilità di invenzione visiva è lo steampunk. Nel campo della fantascienza “realistica” i videogiochi – costretti a tenere il passo con le innovazioni tecnologiche reali - hanno già fatto vedere di tutto. Mentre la tecnologia ottocentesca, “pesante” e barocca, riempie l’occhio e risulta ancora appagante in termini di spettacolarità. Sarà un caso, ma una delle ultime serie a fumetti di successo da noi è stata Greystorm.


Ma Steve Jobs non solo ha rovinato la fantascienza. Ha rovinato anche la rappresentazione del nostro quotidiano.

sabato 1 agosto 2015

I GENI, I MAESTRI E TUTTI GLI ALTRI (agosto 2012)

Una riflessione estiva di qualche anno fa. E anche un'occasione per ricordare due grandi artisti. Diversissimi fra loro, ma diventati una parte importante della nostra cultura. 



Agosto, come dice il mio amico Tito, “è una lunga domenica”, e favorisce discussioni un po’ oziose sui massimi sistemi. Del tipo: qual è la molla che spinge in avanti la creatività?

Com’è che si arriva a creare per un pubblico? Cos’è che ti fa mettere mano a una tastiera (un tempo era una penna), a uno strumento musicale, a una macchina da presa, pensando che hai qualcosa da dire al mondo, e che sei in grado di comunicarla?

Molti anni fa, quando ero solo un ragazzino che sognava di scrivere, mi capitò di vedere in televisione un’intervista a Fabrizio De Andrè. De Andrè parlava del suo album Storia di un impiegato, e raccontava di averne regalato una copia autografata al poeta Gregory Corso. De Andrè disse che reputava Corso (scomparso nel 2010) un maestro. E da qui partì con una digressione sull’Arte che non ho mai più dimenticato.

martedì 14 luglio 2015

L'ULTIMA STORIA DI ATTILIO MICHELUZZI (2002)

La Sergio Bonelli Editore ha appena pubblicato l' Avventura Magazine dedicato ad Attilio Micheluzzi. Ve lo consiglio caldamente. Anche se il formato sacrifica un po' le tavole dell'autore istriano, pensate per un formato più grande, è l'occasione buona per conoscere - o per ritrovare, se già lo conoscete - uno dei maestri del fumetto italiano.

Nel 2002 recuperai  in libreria una sua storia che non ricordavo di avere letto. E infatti non l'avevo mai letta: era l'ultima, di cui Micheluzzi non aveva fatto in tempo a completare le chine, stroncato da un infarto nel 1990. Si intitolava Afghanistan, e ne scrissi una breve recensione che misi on line. 

Quel volume, edito dalla Lizard, oggi è quasi introvabile. 


Afghanistan, 1987. Sono passati otto anni dall'invasione russa. Kabul è un calderone che ribolle per la presenza di più di un milione di profughi in fuga dalle campagne. L'Unione Sovietica non riesce a prendere il controllo definitivo del territorio, e continua a inviare truppe di "Spetsnazi". Sono così detti i componenti delle Spetsialnoye Naznachenie, le unità per le missioni speciali: i combattenti più duri dell'Armata Rossa.

Vasilj Bodovskov è uno di questi: un soldato superaddestrato e motivato, che non si sognerebbe mai di discutere un ordine. Said Vassar invece è un ragazzo afghano che ha visto il suo villaggio distrutto dall'aviazione sovietica. Finito in un campo profughi a Peshawar, in Pakistan, viene per caso a conoscenza del complotto di una tribù rivale per uccidere il leader Babrak Massoud. E, come premio, ottiene di ritornare in Afghanistan per combattere nella guerriglia. Fatalmente, le strade del ragazzo e del soldato sovietico sono destinate a incrociarsi...

venerdì 10 luglio 2015

UN SETTIMANALE IRRIPETIBILE (2003)

Ripropongo qui uno dei vecchi articoli a cui tengo di più, quello sul Corriere dei Ragazzi. Lo scrissi nei primi anni duemila dopo avere letto un lungo e affettuoso amarcord di Alfredo Castelli, che di quel settimanale fu una delle colonne. 


Alfredo Castelli lo ha chiamato "il settimanale irripetibile". E non senza motivo: ci fu un periodo in cui i più grandi talenti del fumetto italiano lavoravano per la stessa pubblicazione: Il Corriere dei Ragazzi, su cui ogni settimana si alternavano le firme di Battaglia, Pratt, Bonvi, Alessandrini, Di Gennaro, Bottaro, Breccia, Chendi, Tacconi, Jacovitti e molti altri ancora. Una concentrazione di talenti che non si sarebbe mai più verificata nella storia dell'editoria a fumetti italiana. Come era stato possibile quel piccolo miracolo?

L'anno magico fu il 1972. Il Corriere della Sera era l'editore del Corriere dei Piccoli: un settimanale storico, nato nel 1908, che aveva pubblicato e continuava a pubblicare il meglio dell'illustrazione e del fumetto per bambini. Molti personaggi del Corriere dei Piccoli - come il signor Bonaventura, il sor Pampurio, Marmittone - erano entrati nella storia del costume. Ma quella, nel decennio dei settanta così gravidi di cambiamenti, era storia passata. Ora l'idea era di rivolgersi a un pubblico fatto non più di bambini. O comunque, di cominciare a trattare i bambini non come adulti sempliciotti, ma come gli adulti maturi di domani.

Già tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta il "Corrierino" (come era chiamato confidenzialmente Il Corriere dei Piccoli), diretto da Carlo Triberti, aveva pubblicato fumetti maturi (faccio un solo titolo: La Ballata del Mare Salato di Hugo Pratt). C'era un cambiamento nell'aria, e anche il mondo del fumetto ne prendeva atto. Per una di quelle combinazioni che capitano una volta nella vita, nei primi anni settanta si formò all'interno di una casa editrice una sinergia felicissima: quella tra un gruppo di professionisti preparati ed entusiasti del loro lavoro, e una dirigenza convinta della possibilità di fare dell'editoria di qualità per i ragazzi.

domenica 5 luglio 2015

CHRONICLES, L'AUTOBIOGRAFIA DI BOB DYLAN

A dieci anni dall'uscita italiana di Chronicles, l'autobiografia di Bob Dylan, ripesco l'articolo che scrissi all'epoca sul mio sito. Faccio notare che il titolo intero del libro era Chronicles - Volume One. Il Volume Two lo stiamo ancora aspettando. 




Ogni biografia di una rockstar deve pagare il tributo alla favola del rock. Deve raccontare gli inizi difficili, le prime affermazioni, il disco decisivo, quello della svolta, e poi confermare la consacrazione nel tripudio degli affetti familiari. Ma Chronicles – Volume 1, l’autobiografia di Dylan, sfugge a ogni percorso prestabilito: quando c’è di mezzo Dylan, la distanza più breve tra due punti non è una linea retta, ma una spirale. Più che una autobiografia, Chronicles è il resoconto di un viaggio interiore che procede per associazioni ed ellissi, avanti e indietro nel tempo.

Dylan prende le mosse dal suo arrivo a New York nel 1961, in quell’inverno gelido cantato in Talking New York, nel suo disco di esordio.

Inverno a New York/ il vento spruzzava neve dappertutto/ (…) il New York Times diceva che era l’inverno più freddo da diciassette anni/ ma io non avevo così freddo allora.

Che il giovane Robert Zimmermann non facesse caso al freddo è poco ma sicuro. C’era molto di più che nevischio, nell’aria della metropoli. Tutto era in movimento e cambiava velocemente, anche la musica. Il rock adolescenziale era a una svolta: la musica folk – proprio grazie a Dylan - si accingeva a riscriverne i connotati. Dopo, niente sarebbe stato più lo stesso. Il Greenwich Village – pieno di caffè, circoli letterari, ritrovi di studenti, intellettuali, artisti bohémiens, era l’epicentro di quel cambiamento epocale. Dylan – che vi arrivava nemmeno ventenne, dopo un soggiorno a Minneapolis - ne rimase ipnotizzato.
A distanza di tanti anni, il musicista offre di quel Village un ritratto vivido, ricco di squarci pittoreschi. Le nottate passate ad ascoltare la radio. La scoperta di certi libri, di certi musicisti. L’incontro con il suo idolo Woody Guthrie, minato dal morbo di Huntington e confinato in un ospedale. I primi concerti nelle coffee houses.

Ma, sorprendentemente, Dylan glissa del tutto sulla sua scalata al successo negli anni dal 1962 al 1966, l’anno dell’apoteosi, di Blonde on Blonde – disco seminale nella storia del rock – e di quell’incidente in motocicletta che segnò la fine del “primo” Dylan, quello della protesta.
Il musicista dedica molte pagine, invece, al periodo immediatamente successivo. E in particolare ai suoi tentativi di sbarazzarsi dell’etichetta di “profeta” e di “portavoce di una generazione”, termini che afferma di avere sempre detestato.

domenica 28 giugno 2015

GUIDA PER L'AUTORE BASTARDO cap. 3


7) TACETE LE VOSTRE FONTI DI ISPIRAZIONE

Occorre prestare particolare attenzione alle domande sulle fonti di ispirazione, soprattutto per gli sceneggiatori. In un mondo in cui le televisioni trasmettono ventiquattro ore su ventiquattro, e film e serie tivù hanno acquisito l’immortalità grazie al supporto magnetico e digitale, la fiction è diventata pane quotidiano dei vostri lettori. E il vostro lavoro, di conseguenza, è molto più difficile rispetto a quello dei vostri colleghi di trent’anni fa; soprattutto se scrivete fumetti seriali. Avete un bell’affannarvi a spiegare che tutto è stato già scritto, che da Shakespeare in poi tutte le trame non possono che ripetersi. Nessun lettore vi crederà mai. Un tempo bastava ammettere candidamente di ispirarsi a trame di film, romanzi, racconti, etc., invitando i lettori a coglierne la citazione. Ora non più. Quindi, non fatelo. Cioè, non ammettetelo. Continuate a fare esattamente quello che facevate prima, avendo l’accortezza di non ispirarvi a film o romanzi molto famosi, e abbiate il buonsenso di tenere la cosa per voi.

NOTA: Quanto sopra, chiaramente, non vale per i disegnatori. Nessuno troverà niente da ridire se copiate tale e quale un’illustrazione di Arthur Rackam. E del resto, i vostri lettori non sanno chi era Arthur Rackam.

8) FINGETEVI APPASSIONATI LETTORI DI FUMETTI

Non dite mai di non leggere altri fumetti, anche se, dopo una giornata di lavoro passata a scrivere o disegnare fumetti, la cosa più naturale del mondo è pensare a tutt’altro, e la semplice vicinanza di un albo a fumetti vi provoca un eczema. Darete fatalmente l’impressione di un vecchiaccio cinico disamorato del proprio lavoro. Ricordate: per i vostri lettori siete sempre “uno dei loro”. Dovete condividere la loro passione. 

giovedì 25 giugno 2015

GUIDA PER L'AUTORE BASTARDO cap. 2

Leggi il primo capitolo della Guida.

4) LISCIATE IL PELO ALL’EDITORE

Non siate mai parchi di lodi nei confronti del vostro editore. Anche se vi paga una miseria e in ritardo, anche se a malapena vi saluta quando lo incrociate negli uffici della casa editrice, anche se vi impone scadenze da catena di montaggio, l’editore è una sorta di benigno Mentore Supremo. Non smettete mai di ringraziarlo per avervi dato fiducia, anche se lo ha fatto obtorto collo, semplicemente perché altri autori interpellati hanno rifiutato quel lavoro, o perché siete il primo che è capitato a tiro al momento di varare un progetto, e lui poi si è pentito di avervelo affidato.

Date il meglio di voi nell’aggettivazione: l’editore è sempre “lungimirante”, “comprensivo”, “propositivo”, e ovviamente “intelligente”. Nei confronti del vostro progetto è chiaramente “entusiasta” e “lo ha sostenuto fin dall’inizio”. Come? “Generosamente”, è ovvio.

Suggerite implicitamente che gli Editori non pensano a guadagnare con i fumetti, ma che fanno quello che fanno per amore dell’Arte.

Lusingare l’editore non serve solo allo scopo di continuare a sfamarvi. Serve anche a far sì che i vostri lettori abbiano fiducia in una autorità sovrana che guida benignamente i nostri destini, e in maniera del tutto disinteressata. Per un curioso paradosso, più i lettori sono atei materialisti nella vita di tutti i giorni, più sono scettici nei confronti dei telegiornali, del governo e dell’autorità in generale, più sono propensi a credere ciecamente negli editori di fumetti.

mercoledì 24 giugno 2015

GUIDA PER L'AUTORE BASTARDO cap. 1 (2006)

Fino alla pubblicazione di Caravan nel 2009, in vent'anni di professione, le interviste che avevo rilasciato si contavano sulle dita di una mano. Quando leggevo interviste a fumettisti, spesso mi capitava di trovarle involontariamente esilaranti. Vedevo come i più abili davano sfoggio di grande creatività (forse ancora maggiore di quella presente nelle loro opere) nell'abbellire, tirare a lucido, enfatizzare o minimizzare, a seconda dei casi, i vari aspetti del loro lavoro. In sostanza, mentivano con la disinvoltura di un piazzista.

Discusse e sviscerate nelle interviste, storielline da nulla diventavano capolavori di portata shakespeariana. Pubblicazioni improvvisate erano spacciate per il frutto di macerazioni interiori e notti insonni, trascorse a cestinare una prima versione, poi una seconda e magari anche una terza, nella ricerca della perfezione. Il tutto condito da amarcord giovanili, liste di film, fumetti e dischi preferiti, considerazioni "filosofiche" sul medium, esternazioni sulla situazione politica e sui rapporti tra Stato e Chiesa.

Alla fine queste interviste si assomigliavano tutte. Erano così prevedibili che era possibile individuarne dei veri e propri tòpoi. Così misi in fila questi tòpoi sotto forma di decalogo, che chiamai "guida per l'autore bastardo". Per certi aspetti fu anche una sorta di self-training, in preparazione di future interviste al sottoscritto. 

Era il 2006, l'anno in cui fu approvato il progetto di Caravan.

Sono passati quasi dieci anni. Di interviste, adesso, ne ho alle spalle un bel po'. Non le rileggo mai, come non leggo più quelle dei colleghi. So benissimo cosa risponde l'oste quando gli chiedete se il suo vino è buono.

PS: il pezzo è molto lungo. Lo divido in tre post.




Se “fare i fumetti” è difficile, è altrettanto difficile gestire quello che c’è “intorno” ai fumetti. Le interviste, per esempio. L’approccio di molti autori alle interviste è sbagliato. Molti autori pensano che, se ben condotte, le interviste possano influire positivamente sulla propria immagine. Ed è vero, ma non nel modo che tutti pensano.

Le interviste sono utili soprattutto ai lettori, dato che apparentemente offrono un’immagine del mondo del fumetto “dal di dentro”. Niente di più sbagliato. Servono esattamente allo scopo opposto: permettere ai lettori non di conoscere la verità sul fumetto, ma di continuare a credere nella sua favola. Il loro scopo è portare i lettori in una dimensione “altra” in cui non esistono miserie quotidiane e i Buoni vincono sempre.

Se l’autore intervistato dimentica questo, qualsiasi tentativo di mettersi in buona luce fallirà clamorosamente. Prima ancora di preoccuparsi di fare bene il proprio mestiere, un fumettista deve imparare a “fare la cosa giusta” nelle interviste. Ma essere bastardi non è facile come sembra. Una certa spontaneità frutto dell’entusiasmo, la semplice fretta di levarsi dai piedi il fastidio dell’intervista, o, peggio, una esecrabile fiducia nel valore della sincerità (e nella comprensione del prossimo) portano alcuni autori a raccontare la verità sulla loro professione. Col solo risultato di alienarsi la fiducia dei lettori, o addirittura di provocare il loro risentimento.

Come evitarlo? Semplice. Osservando il seguente decalogo.

1) RACCONTATE LA VOSTRA “PRIMA VOLTA”

Fatevi chiedere dall’intervistatore qual è il primo fumetto che avete letto o che vi ha appassionato, e raccontate il vostro incontro con l’autore (o il personaggio) preferito con dovizia di particolari. Raccontate quanti anni avevate e dove eravate. Stabilite il setting: “Mi ricordo, era l’estate del 1984, ero al mare con i miei…”. Non importa se quell'anno non avete fatto vacanze e siete rimasti in città. In questo modo inserirete subito il lettore in un contesto ben riconoscibile. Raccontate perfino dell’edicola, ma non in maniera sbrigativa. Dilungatevi sulla difficoltà della scoperta.

Sbagliato dire: “Andai in edicola e comprai il numero 19 di Doomslayer

Corretto: “Andai in edicola e vidi, seminascosto dietro una copia di Fitness & Fatness, un misterioso albo con la copertina rossa, e una scritta gialla che non riuscivo a leggere interamente…”
Solo dopo potrete dire che era il numero 19 di Doomslayer. A questo punto, dateci sotto con la Scoperta, con la S maiuscola.

lunedì 22 giugno 2015

MY BACK PAGES: LA PRIGIONE DI CARTA (DYLAN DOG n. 114)

 Ho sempre cercato di non parlare "a caldo" delle mie storie. Quando inaugurai la rubrica My Back Pages nel mio sito, mi posi un drastico limite: avrei raccontato la genesi e i "dietro le quinte" di storie vecchie, come minimo, di dieci anni. La giusta distanza temporale e mentale per parlarne con serenità. Nel 2006, quindi, raccontai la genesi della mia prima sceneggiatura "da single" per Dylan Dog (le precedenti le avevo scritte con Serra e Vigna), pubblicata nel marzo 1996 e disegnata da Luigi Piccatto.


 Il bellissimo titolo di questo albo di Dylan Dog non è mio. Credo che sia stato inventato da Mauro Marcheselli. Non mi ricordo più qual era il titolo di lavorazione che avevo dato alla sceneggiatura, ma sicuramente non era così meditato. Dopo tutto, la molla che mi aveva spinto a scrivere la storia di Charlie Chivazki era stata, almeno all’inizio, semplicemente la ricerca di un diversivo.

Nel 1995 erano ormai cinque anni che scrivevo Nathan Never, e cominciavo a sentirmi invischiato nella routine. Per combatterla cercavo di variare quanto più possibile la struttura e il tono delle storie: alternavo storie di taglio cinematografico ad altre decisamente più “letterarie”, una storia lineare a una storia “corale” (per esempio, Dirty Boulevard). Per una di quelle ossessioni tipiche degli scrittori, tutto questo non mi bastava.

Un giorno mi trovai a rileggere alcuni racconti di Charles Bukowski, e scoccò una scintilla.

Bukowski lo avevo letto da ragazzo, circa quindici anni prima. Lo scrittore parlava – con linguaggio semplice e ironicamente distaccato - di sbronze, risse, sesso consumato in squallide camere ammobiliate, lavori degradanti; insomma, di tutto ciò che può apparire pittoresco a un liceale che nulla sa del mondo.

Rileggendolo da adulto, mi resi conto che esisteva un Bukowski più “leggero”, esplicitamente ironico, che si rivelava in racconti con una marcata vena surreale. Sarebbe stato divertente, pensai, provare a raccontare qualcosa del genere. Ma naturalmente non era Nathan Never la serie adatta. Ci voleva una struttura narrativa più elastica: quella di Dylan Dog, appunto.

venerdì 19 giugno 2015

E' UN MONDO CRUDELE PER GLI ARTISTI (dicembre 2012)

"Tutte le volte che su Facebook, o su un blog, o dovetipare, leggo le lamentele dei disegnatori, che non si campa con questo lavoro, che gli editori non li capiscono, che nessuno apprezza la loro arte perché siamo in un paese di merda, etc… corro a vedere le loro gallery. Nella maggior parte dei casi noto che, con quei disegni, non riuscirebbero a pubblicare nemmeno nel Paese dei Balocchi dei Fumetti."

Diego Cajelli, 10 motivi che fanno di me un uomo urendo

giovedì 18 giugno 2015

L'OTTIMISMO E'.... (luglio 2012)

"Sono passato attraverso gli anni novanta, sono arrivato al nuovo secolo.

Ho visto cose che voi risorse umane non potete neanche immaginare. Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dai reality show, dalle agenzie interinali e dai corsi di marketing.

Ho visto comici, calciatori e giornalisti televisivi pubblicare libri, e a volte persino scriverli,e ho visto migliaia di risorse umane acquistarli, e perfino leggerli. Ho visto commissari di polizia e magistrati scrivere romanzi polizieschi. Un poliziesco scritto da un poliziotto, praticamente un poliziesco al quadrato. Ma commissari di polizia e magistrati hanno tutto questo tempo libero, per scrivere romanzi polizieschi?

Sono sempre un lavoratore precario, non ho tempo per scrivere romanzi polizieschi, ma guadagno meno, molto meno, di un commissario o di un magistrato, che non sono precari. Ma adesso non c'è più il mito del posto fisso. Nessuno crede più nel posto fisso, a parte gli agenti immobiliari quando cerchi una casa in affitto. Loro ci credono ancora. Ma sono gli unici, ormai. Adesso non viviamo più nell'età del posto fisso.

Adesso viviamo nell'era dell'ottimismo. L'ottimismo è il sale inglese della vita."

Ettore Maggi, Il gioco dell'inferno

mercoledì 17 giugno 2015

ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO (dicembre 2007)


Dovrei imparare a leggere i messaggi che il Destino mi manda. Nel 1988, quando pubblicai su Nick Raider la storia intitolata Saigon, un lettore scrisse una lettera furibonda alla casa editrice, lamentando che il sottoscritto “parteggiava sfacciatamente per i Vietcong”. Ora, 1) Se si parteggia, si parteggia. “Sfacciatamente” cosa vuol dire? 2) Se anche avessi parteggiato per i Vietcong, cosa ci sarebbe stato di male? E comunque, 3) Non parteggiavo affatto per i Vietcong.

Perciò, scrollai le spalle e non mi curai nemmeno di rispondere al lettore, lasciando il compito alla redazione. Avrei dovuto pensare al vecchio detto: "Il buongiorno si vede dal mattino". Il Destino mi stava annunciando qualcosa. E cioè che quel lettore arrabbiato sarebbe stato il primo di una lunga lista.

Pochi anni dopo scrissi una storia per Nathan Never, Terra bruciata, in cui compariva una gang di motociclisti. Un motociclista mi scrisse arrabbiato per il fatto che i motociclisti della storia erano cattivi.

Qualche anno dopo, quando cominciai a scrivere Legs, il gruppo degli arrabbiati si infoltì fino a diventare una folla. I primi a essere infuriati erano i lettori che avevano conosciuto Legs sulle pagine di Nathan Never e che detestavano con tutte le loro forze il cambio di tono narrativo. Quanto alle mie storie, non facevano arrabbiare solo i lettori. Facevano arrabbiare anche Antonio Serra. Per non parlare dell’editore. Quando uscì Fotogrammi di morte protestarono i sostenitori del cosiddetto "cinema d'autore", quel tipo di cinema che io avrei sbeffeggiato incarnandolo nel presuntuoso regista Norberto Antonucci. Addirittura, facendo riferimento alla mia intera produzione, su un newsgroup mi si accusò di scrivere storie "anticulturali".

QUANDO FUI RAZZISTA E LUOGOCOMUNISTA (dicembre 2007)

 Nel mese di dicembre 2007 uscì un albo di Dylan Dog scritto da me, Il feroce Takurr. Era una storia ironica e decisamente surreale - anche per gli standard di una serie come Dylan Dog - ambientata nel mondo del collezionismo. La trovata base del racconto era che esisteva una serie di figurine di mostri "stregata", molto contesa dai collezionisti, i cui mostri si materializzavano nel nostro mondo per collezionare a loro volta non qualcosa, ma qualcuno: vittime.

Mi divertii molto a scrivere la sceneggiatura, e mi divertii molto quando la vidi disegnata da Franco Saudelli. E poi, incredibilmente, cominciarono a fiorire sul web le proteste di lettori che si identificavano nei collezionisti... e che per questo si erano offesi a morte. Per far capire il tasso di suscettibilità di questi lettori, decisi di rendere pubblica (con il permesso del mittente) una lettera che avevo ricevuto. La trovate qua sotto, dopo l'immagine. Nel prossimo post, la mia replica.



Salve.

Ho appena terminato di leggere l'ultimo episodio di Dylan Dog (ultimo in tutti i sensi visto che non lo comprerò più, dato che, e di questo non gliene fregherà nulla, mi ritengo offeso). Scrivo a lei in primis, che è l'autore della storia, e dopo anche alla sua casa editrice Bonelli.

Io sono un convinto e fervente non ammiratore, proprio innamorato dei Manga, i fumetti Giapponesi che lei (e guardi che darle del lei mi sta costando fatica; avrei voluto scrivere tutt’altre cose ma io sono civile, difficile da credere, vero? Eppure ho la casa piena di Manga. Strano, vero? Secondo lei chi legge Manga è un deficiente).

Ma andiamo per ordine: amo i Manga e gli Anime (i cartoni, in Italiano: sapeva, vero, che si chiamano cosi?). Adoro il Giappone, mi piace il Sushi, ma non lo mangio con le bacchette, non lo mangio a colazione pranzo merenda cena e spuntino di mezzanotte, non per questo mi vesto da Goku di Dragonball e cerco di vestire da Sailor Moon una ragazza che mi piace, non vivo chiuso in una stanza con i Manga a cerchio attorno a me, dando loro un nome, e magari organizzando feste da ballo ballando con i gadget dei pokemon o di qualunque altro Anime.

Lei, caro signor Medda, sta tirando fuori uno dei piu scemi e ritriti luoghi comuni che circola sugli amanti dei Manga: e cioè la credenza che chi legge i fumetti made in Japan si fonda il cervello fino a fare quanto ho scritto, e quanto lei ha riportato nella sua storiella.

lunedì 15 giugno 2015

DI PREQUEL, SEQUEL E ALTRO ANCORA (febbraio 2012)

Il pezzo qua sotto è l'ennesima prova di come il mondo giri in fretta. Scritto appena tre anni fa, è già preistoria. Alla notizia che la DC Comics avrebbe pubblicato degli spin off di Watchmen, Alan Moore non aveva perso tempo nel dar voce al proprio disappunto. Tra gli appassionati si era discusso della cosa, se Moore avesse ragione, se l'operazione della DC fosse giusta eticamente e artisticamente. Watchmen era considerato un classico intoccabile. Nel mio pezzo dicevo che sequel, prequel, spin off e adattamenti anche poco ortodossi erano in realtà fenomeni comuni nella narrativa, anche se magari non erano proprio pratica comune per le opere moderne. Da allora, nel giro di pochi anni, ci sono stati ben tre adattamenti non esattamente filologici di Sherlock Holmes (le serie tivù Sherlock ed Elementary e i film con Robert Downey jr), due albi di Asterix scritti da altri autori dopo la morte di Uderzo, e sta per arrivare in libreria il sequel di Corto Maltese. E le argomentazioni di Alan Moore appaiono più deboli che mai.

La notizia del momento, che si è abbattuta come un fulmine sul fumettomondo, è che la DC Comics ha intenzione di realizzare delle storie collaterali (dei prequel, ossia storie antecedenti) al capolavoro Watchmen. Alan Moore non ha gradito, e non ha esitato a esternarlo.

Nei blog fumettistici ne parlano un po’ tutti. Ammetto che la cosa non mi interessa particolarmente, e i problemi del fumetto italiano sono abbastanza numerosi e consistenti da relegare i crucci del Bardo Barbuto in fondo alla classifica delle mie preoccupazioni.

Qualcuno ha fatto notare una uscita infelice di Moore, che avrebbe dichiarato, per sottolineare la pochezza della trovata della DC, “Non mi risulta che esistano molti sequel di Moby Dick”. Affermazione paradossale, considerato che Moore ha usato nelle sue opere personaggi di romanzi celebri, realizzando così, se non esattamente dei sequel, quanto meno degli spin off (ovvero storie “derivate da”).

Ripensando a questo, mi è venuto in mente un film di cui avevo parlato tempo fa proprio in questo sito: Improvvisamente un uomo nella notte è il prequel del Giro di Vite di Henry James. Che in ambito letterario, mi perdonino i moorofili, gode di una fama un filino più grande di quella di Watchmen.

Addirittura inutile, poi, contare i titoli della filmografia sul Dracula creato da Bram Stoker. Mi limito a ricordare un cult della mia adolescenza, la serie a fumetti Tomb of Dracula della Marvel, scritta da Marv Wolfman per le matite di Gene Colan e le chine di Tom Palmer. Che può essere considerata a tutti gli effetti un sequel, con alcuni discendenti dei protagonisti del romanzo.


Idem per la bibliografia e la filmografia su Sherlock Holmes. Inutile elencare titoli di libri, film e serie tivù. Qui segnalo solo il più grande (e più spassoso) “tradimento” che si potesse mai perpetrare nei confronti del personaggio di Conan Doyle: in Senza indizio, diretto da Thom Eberhardt nel 1988 e scritto da Gary Murphy e Larry Strawther, il vero genio della coppia è il dottor Watson (Brian Kingsley); mentre Sherlock Holmes (Michael Caine) è un ottuso sbruffone che si prende tutti i meriti e la gloria.

domenica 14 giugno 2015

INCONTRO CON QUINO (marzo 2007)

Confesso che in gioventù non immaginavo che un giorno avrei scritto storie realistiche d'avventura. Scrivevo e disegnavo (maldestramente) strip umoristiche, e la mia strip preferita in assoluto era Mafalda. Nel marzo 2007 Quino è venuto a Milano per presentare l'ennesima ristampa della bambina terribile. Al momento degli autografi gli ho detto che quello era il secondo autografo che gli chiedevo. Perché il primo me lo aveva fatto a Lucca, nel 1984, quando ero poco più che ventenne e fare i fumetti era soltanto un sogno. Quindi gli ho regalato un albo di Legs. Mi piace pensare a Legs come a una specie di Mafalda cresciuta, insofferente alle storture del mondo. 


Scegliere fra Mafalda e i Peanuts è un po’ come scegliere tra Beatles e Rolling Stones, comunque io sono con Mafalda (il cui autore preferisce i Beatles, ma è difficile pensare a Charlie Brown come a Mick Jagger). Perciò non potevo mancare all’appuntamento con Quino, il 7 marzo alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte.

Paradossalmente, Quino non è in tour promozionale, anzi: è in anno sabbatico (“per ora sono tre mesi sabbatici”, precisa lui). Non ha volumi da “spingere” (e d’altronde, uno come lui non è che ne abbia un gran bisogno di signing-tour e uscite promozionali). Però, dal momento che acchiapparlo è difficile (non vive stabilmente in un solo posto, ma si muove continuamente fra l’Argentina e l’Europa), la Feltrinelli lo ha amabilmente “incastrato” per incontrare il pubblico italiano.

Quino è un genio, su questo non si discute, uno dei pochi geni ancora in attività. Cinquant’anni e oltre di carriera. E la prima cosa che noti è che Quino è la prova vivente che il genio non si abbina necessariamente alla sregolatezza. Il signor Joaquin Lavado è un gentleman di settantaquattro anni, vestito in completo scuro con tanto di cravatta. Parla un italiano più che discreto, e si confessa con un sano pragmatismo venato da lampi di ironia.

Racconta che la sua “argentinità” è molto relativa, dato che la sua casa in Argentina è in una provincia ai confini col Cile. “Non mangio carne tutti i giorni e non ballo il tango”, spiega divertito. “La gente che ho intorno è di origine italiana, spagnola, e da queste parti ci sono perfino degli islamici. Perciò mi sento mediterraneo.”

A condurre l’incontro è Ranieri Polese, che pone senza tanti preamboli la domanda fatidica. “Quino sente il suo lavoro “oscurato” dall’ombra di Mafalda?” Quino come Connery con James Bond? Nemmeno per idea. L’autore nega decisamente. “Mi farebbe piacere che il resto del mio lavoro fosse più conosciuto, ma non sono affatto scontento che Mafalda sia il mio lavoro più conosciuto.”
Pragmatico. E come non esserlo? D’altronde, è stata la bambina terribile partorita “su commissione” (doveva fare da testimonial a una marca di elettrodomestici) a rendere il suo autore conosciuto (e amato) in tutto il mondo. E, diciamo la verità, è Mafalda ad avere attirato in libreria questa sera un pubblico variegato. C’è la signora di quarantacinque-cinquant’anni che ricorda Mafalda come fumetto femminista. Ci sono genitori trentacinquenni con bambini al seguito. C’è perfino qualche giovanissimo “alternativo” con lo zainetto Invicta tatuato col simbolo di Emergency e c’è il nerd brufoloso e grassoccio, perché Mafalda non è sexy come Elektra, ma la sua lingua è più affilata di una katana. (“Ciao, bella bambina. Vuoi bene ai tuoi genitori?” “Certo. E lei le paga le tasse?”).

venerdì 12 giugno 2015

QUANDO IL SUCCESSO FA PARTE DEL MESTIERE

"Gli americani sono materialisti senz'anima, ossessionati dal successo", dice il virtuoso europeo. Ma è sicuro, il nostro virtuoso, di sapere cosa sia il successo? Chi, nei paesi in cui non si parla inglese, può avere davvero successo? Qualcuno sì, certamente, ma non molti, e non in molti campi.

Si può far carriera e si possono fare soldi, si può essere conosciuti, ma il successo che è toccato a Elvis Presley, ai Beatles, ai Rolling Stones e a Bob Dylan (ma anche a Andy Warhol, Stephen King, Madonna o Michael Jackson) è un'altra cosa.

Davanti a una simile commozione intercontinentale qualunque altro risultato è dignitosa manovalanza. Nel resto del mondo non c'è abbastanza spazio, non c'è abbastanza pubblico né opportunità, non c'è un imperialismo culturale altrettanto convincente, e soprattutto mancano le rapidità e mobilità sociali che creano le condizioni grazie alle quali anche l'outsider può conquistarsi quel tipo di riconoscimento.

Se gli americani ne sono ossessionati, è solo perché in America il successo non è impossibile. Il frugale letterato dell'Europa continentale, sempre pronto a scandalizzarsi per la vendita di pochi best-seller, ignora o si ostina a ignorare che in un mercato più grande il successo fa parte del mestiere.

Alessandro Carrera, La voce di Bob Dylan (Una spiegazione dell'America)


giovedì 11 giugno 2015

DIECI REGOLE PER INTERAGIRE COI DISEGNATORI (1992)

 Lo confesso: nei primi anni novanta, quando sentivo Tiziano Sclavi asserire "I disegnatori non è gente" e Alfredo Castelli raccontare aneddoti agghiaccianti su alcuni disegnatori, avevo il dubbio che esagerassero un po'. Bastò appena il primo anno di lavoro su Nathan Never per farmi capire che non esageravano affatto. Che i disegnatori sbagliassero non era una notizia, come non lo è "cane morde uomo". Il fatto era che sbagliavano in modi, come dire?, alquanto fantasiosi e imprevedibili. E, cosa ancor più singolare, i loro errori sembravano seguire spesso gli stessi pattern, come se esistessero deviazioni mentali peculiari di quella categoria professionale e di nessun'altra.

Il testo qui di seguito è uno dei primi pezzi ironici che scrissi sul mondo del fumetto, quando il tasso di humour tra i professionisti (e anche tra i lettori) era molto più alto di quello di oggi. Dapprima fatto circolare inter nos come scherzo, il testo delle "Dieci regole" fu in seguito risistemato e pubblicato, se la memoria non mi inganna, sulla rivista Dime Press, a metà degli anni novanta. Nei primi anni duemila il decalogo cominciò a viaggiare sul web, rilanciato dal compianto Carlo Peroni, e da allora ogni tanto ritorna a galla.


1) I disegnatori andrebbero sepolti in terra sconsacrata. Vivi, però.

2) Se Alfred Hitchcock (*) avesse conosciuto un disegnatore di fumetti, avrebbe rivalutato gli attori.

3) Il disegnatore è quella cosa che regge il foglio con una mano, la sigaretta con l'altra, e usa tutto il resto del corpo per disegnare.

4) Signore! Se non volevi che i disegnatori pensassero, perché hai dato loro un cervello?

5) Il disegnatore è quello che se gli dai un dito è capace di prendersi l'ombelico.

6) Non dare mai a un disegnatore più di venti pagine di sceneggiatura in una volta. Si troverebbe in difficoltà a contarle, dopo avere finito le dita delle mani e dei piedi.

7) Quando dalla redazione vi comunicano che una tavola è andata smarrita, suggerite di guardare dentro il frigorifero del disegnatore, tra i pattini a rotelle e lo spazzolino da denti.

8) Il disegnatore di fumetti è l'unica persona al mondo che sulle copertine non legge il titolo, ma la firma dell'illustratore.

9) Come distingui un futuro disegnatore in prima elementare? E' quell'alunno che chiede alla maestra una percentuale sul prezzo del registro perché c'è il suo nome sopra.

10) Io non sono razzista: ho più di un amico disegnatore, e potrebbe sposare tranquillamente mia sorella. Fortunatamente non ho sorelle.

(*) Hitchcock aveva fama di ripetere spesso che gli attori erano bestie (anzi, cattle, bestiame). Quando qualcuno glielo rinfacciò, disse: "Mai detto che sono bestie. Ho detto solo che bisogna trattarli come tali".







mercoledì 10 giugno 2015

THE BIG LEBOWSKI (febbraio 2008)

La mia recensione di The Big Lebowski, scritta per Film Tv nel 2008. Avevo bisogno di ritrovare un bel ricordo dei fratelli Coen, dopo lo shock di Non è un paese per vecchi, semplicemente orrendo. E Burn After Reading - A prova di spia non ho nemmeno finito di vederlo. Sic transit, eccetera. Mi dicono che Inside Llewin Davis sia carino. Lo vedrò tenendo a portata di mano il dvd di Fargo, in caso di delusioni. 

Mi chiedo se qualcuno si è accorto della curiosa analogia tra Jeffrey “Drugo” Lebowski e un altro grande personaggio cinematografico degli anni novanta, Forrest Gump. 

In Forrest Gump una piuma rappresenta metaforicamente la soavità e il candore di Forrest, che non domina il corso degli eventi, ma si limita a lasciarsene trasportare. The Big Lebowski comincia con un tumbleweed, un cespuglio di salsola che rotola in preda al vento capriccioso. E Drugo è altrettanto sballottato, travolto metaforicamente dagli eventi e letteralmente dalle persone (perfino il suo primo incontro con Maude Lebowski è quasi uno scontro). 

Come Forrest, Drugo è l’esatta antitesi dell’eroe artefice del proprio destino. Solo che il primo alla fine del percorso avrà la sua ricompensa, mentre per il secondo non c’è niente da vincere. Al massimo, un torneo di bowling. Per Forrest “la vita è una scatola di cioccolatini, e non sai mai quello che ti capita”. Per Drugo la morale - enunciata dall’enigmatico e un po’ svanito cowboy/narratore - è che “a volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te”. 

The Big Lebowski, nella filmografia dei Coen, arriva dopo quel capolavoro algido (in tutti i sensi) che è Fargo. Comprensibile, quindi, che i due fratelli abbiano cercato un tono più “leggero”. The Big Lebowski è come una sorta di balletto, supportato da un’incantevole colonna sonora. E la dichiarazione d’intenti è già nella sequenza dei titoli: una partita a bowling sapientemente coreografata sulle note di The Man in Me di Bob Dylan. L’immagine del balletto ricorre poi non solo nei sogni allucinati del protagonista, ma anche nella digressione narrativa (superflua ai fini del plot) relativa al padrone di casa di Drugo.

Forse per la sua programmatica leggerezza, negli USA The Big Lebowski non è piaciuto. I critici hanno stigmatizzato la presunta “incompiutezza” del film, che rigira in chiave grottesca un plot chandleriano. Hanno criticato anche lo “spreco” del personaggio di John Turturro (Jesus, un bowler latino pedofilo e strafottente) e perfino l’assegnazione di un ruolo di secondo piano, quello del candido Donnie, al bravo Steve Buscemi. Ma in realtà l’intrigo non è sconclusionato come appare, e la logica narrativa è rispettata, sia pure in uno schema farsesco. E se qualche ragione può averla chi vorrebbe assistere alla partita di Drugo con Jesus, il ruolo di Buscemi è solo in apparenza “minore”. Anzi: Donnie è il silenzioso baricentro del terzetto costituito con Drugo e Walt (l’immancabile, strepitoso John Goodman), e sotto il profilo dell’umanità dei personaggi Lebowski si dimostra forse il film più “caldo” dei Coen.

Girato in maniera classica, con scene lunghe e pochi stacchi (e un notevole impegno per gli attori), il film è dominato dalla maschera sorniona di Jeff Bridges-Drugo. Con lui, per la prima volta, i Coen ci offrono un protagonista che suscita la nostra simpatia. Ma è notevole anche il lavoro di caratterizzazione su Goodman/Walt, che nasconde sotto la scorza sanguigna una umanissima fragilità. Non fate caso all’epilogo del film, che serve solo per chiudere il cerchio à la Coen, con una nota beffarda di metacinema. Il vero finale della storia è la lunga scena sulla scogliera, che si chiude con un abbraccio.

Merita una seconda visione, The Big Lebowski. Se non altro per scoprire nell’universo dei “cinici” Coen - nascosta tra gag e funamboliche digressioni - una insospettabile vena di tenerezza. 


martedì 9 giugno 2015

L'OPINIONE DEGLI ALTRI (maggio 2004)

Per me Jerome K. Jerome era quello di Tre uomini in barca. Frugando tra i libri di mio nonno, molti anni fa, trovai un suo romanzo che non conoscevo. Il libro era un'edizione del 1927 della Sonzogno, il titolo era Storia di un romanzo (poi ripubblicato, scoprii, col titolo di Appunti per un romanzo.). Da qualsiasi parte guardiate ai libri, che siate scrittori o lettori/critici, credo che queste pagine meritino qualche riflessione.


<< Quando ero molto giovane, morivo dalla voglia di conoscere l'opinione degli altri su di me e sui miei lavori. Ora, invece, il mio obiettivo principale è quello di riuscire a ignorarla.

All'epoca, se qualcuno mi avesse detto che c'era una mezza riga su di me in un giornale, avrei fatto tutta Londra a piedi per avere quella pubblicazione. Ora, quando vedo un pezzo col mio nome nel titolo, mi affretto a piegare il giornale e a metterlo via, vincendo la naturale curiosità che mi spingerebbe a leggerlo con questa considerazione fatta tra me e me: - Perché dovrei leggerlo? Mi guasterei il sangue per tutta la giornata. -

Quando ero ragazzo avevo un amico. (…) Anche lui aveva quell’ardente desiderio di essere criticato che hanno tutti i giovani, e per noi, abitualmente, questo era fonte di reciproca gratitudine.
Non sapevamo allora che ciò che intendevamo con la parola "critica" era invece incoraggiamento. Credevamo di essere molto forti - come coloro che sono alle prime armi - e che avremmo potuto sopportare di sentirci dire la verità.

Come avevamo stabilito, ci indicavamo a vicenda i nostri errori, e questo compito ci occupava tanto che non ci avanzava mai il tempo per farci una lode.

Sono convinto che ciascuno di noi due aveva una grande opinione dell'ingegno dell'altro, ma le nostre teste erano piene di stupidi proverbi. Ci dicevamo: "A lodare sono buoni tutti. Solo un amico ti dirà i tuoi difetti."  Dicevamo anche: "Nessuno vede le proprie mancanze. Ma quando queste gli vengono indicate da un altro, gliene sia grato, e cerchi di rimediare."

lunedì 8 giugno 2015

MY BACK PAGES: SAIGON (NICK RAIDER n. 33)

Non so quanti lettori, oggi, ricordino una serie bonelliana chiamata Nick Raider. Io la ricordo bene, e con particolare affetto. Fu su quella serie che debuttai come sceneggiatore "single", senza Serra e Vigna. Il mio primo, vero lavoro regolare: collaborai assiduamente a Nick Raider per due anni, finché non ci fu approvato il progetto di Nathan Never. Nel mio sito c'era una sezione che avevo intitolato My Back Pages, dove raccontavo i "dietro le quinte" delle mie storie più vecchie. Nei primi anni duemila - non ho trovato traccia della data esatta - scrissi questo "amarcord" relativo alla realizzazione di Saigon.


Benedetto sia il videoregistratore: nel 1990 mi permise di rivedere due film che avevo visto al cinema negli anni della mia adolescenza: Il cacciatore e Apocalypse Now. Non che il Vietnam mancasse dal grande schermo: alla fine degli anni ottanta il Vietnam era stato ampiamente sdoganato. Nel 1986 uscì Platoon di Oliver Stone, poi arrivò Full Metal Jacket di Kubrick (1987), Hamburger Hill di John Irvin, e, nel 1988, Saigon, scritto da Christopher Crowe e interpretato da Willem Dafoe, Gregory Hynes e Fred Ward. Solo che quest'ultimo non era esattamente un film bellico, bensì un vero e proprio poliziesco sullo sfondo di quella guerra.

Mi sarebbe piaciuto molto scrivere una storia del genere. Non potevo farlo su Nathan Never (allora ai primi vagiti). Forse su Martin Mystére, anche se il Vietnam non si prestava certo al tono ironico della serie di Castelli... però c'era anche Nick Raider, che era una serie poliziesca a tutti gli effetti.

Forse si poteva fornire a Nick Raider un passato da reduce... sarebbe stato interessante. Ma i conti non tornavano: ammettendo che Nick Raider avesse trentacinque anni nel 1990, allora doveva essere nato nel 1955. E perciò nel 1975, quando l'esercito americano lasciò definitivamente il Vietnam, doveva averne appena venti. Quindi non poteva avere preso parte al conflitto vero e proprio, che divampò alla fine degli anni sessanta. Ne parlai con Renato Queirolo, il supervisore della serie, e alla fine raggiungemmo un compromesso ragionevole: si poteva aumentare un po' l'età di Nick (senza specificarla al lettore) e ambientare la storia nel 1971. In tal caso, il nostro detective poteva benissimo essere in Vietnam come recluta.

Il primo problema era risolto. Il secondo, però, era trovare un'idea di partenza che non si limitasse a uno spunto estemporaneo per far partire il flashback, del tipo "A proposito, Marvin, ti ho raccontato di quando ero in Vietnam?". L'ideale era trovare un filo rosso tra passato e presente... magari un delitto che affondasse le sue radici nascoste in un lontano passato, una storia che si pensava finita vent'anni prima...

Non ricordo se fu proprio Renato a parlarmi di un film che presentava delle analogie con la trama del Saigon di Crowe: La notte dei generali, un giallo a sfondo bellico con Peter O'Toole, ambientato però durante la seconda guerra mondiale. Vidi anche quel film, e a quel punto, con un ricchissimo background alle spalle, stesi finalmente il soggetto.

Appena Renato lo lesse, mi telefonò sconcertato: "Ma tu non sai niente del Vietnam!".
Tenete a mente che in quegli anni stavo scrivendo le mie prime sceneggiature da solo (le prime le avevo scritte con Serra & Vigna): ero uno sceneggiatore implume. E al rimprovero di Renato ebbi una reazione di fastidio: non ne sapevo niente? Diamine, ma se da mesi non facevo altro che guardare film sul Vietnam!

Con molta pazienza (il che, trattandosi di Renato, è incredibile) il mio supervisore mi disse che avrei fatto meglio a leggermi un libro di storia, anziché guardare film.

LE LINGUE MORTE (giugno 2007)

I primi anni duemila avevano dimostrato l'interesse di Hollywood per il fumetto. Ma Antonio Serra e io ci chiedevamo se il successo planetario di un film tratto da un fumetto poteva realmente giovare ai fumetti. Oggi lo sappiamo: la  serie tivù tratta da The Walking Dead ha reso il suo autore Robert Kirkman milionario, ma non ha avuto nessuna ricaduta positiva sul medium fumetto, e tantomeno l'hanno avuta i vari film tratti dai supereroi "company owned" della Marvel e della DC. Nel 2007 scrivevo questo:

Alla fine degli anni novanta il fumetto italiano stava fronteggiando una vistosa diminuzione delle vendite. Il mio amico Antonio Serra si presentava sorridente agli incontri col pubblico ed esordiva dicendo: “Buongiorno a tutti. Noto con piacere che è sempre vivo l’interesse per le lingue morte... il latino, il greco antico, il fumetto...”

Era una boutade, ovviamente. Antonio non ha mai creduto - come non ho mai creduto io - alla morte effettiva del medium, che ha le proverbiali sette vite dei gatti. Parlava della fine del mestiere del fumetto in Italia.

Ma quanto si arrabbiavano i lettori. E quanto si arrabbiano ancora quando gli dici che il mestiere del fumetto tra qualche anno non esisterà più come tale. Quando spieghi che ci saranno autori - scrittori e illustratori - che faranno anche fumetti... in mezzo a cento altre cose. Per “passione”, come amano dire i wannabe, e non per vile denaro? Non esattamente. Lo faranno soprattutto perché nessun editore sarà disposto a investire più sul fumetto. A meno che...

A meno che non si tratti di un progetto multimediale.

Già adesso il mercato del medium fumetto è considerato dalle majors un mercato da pezzenti. Non è certo al fumetto che la Walt Disney dedica i maggiori investimenti. E, per fare un esempio recente, la proprietà di Gardaland ha chiuso l’albo a fumetti dedicato al draghetto Prezzemolo. L’albo - è bene ribadirlo - era in attivo. Semplicemente, il business generato dal fumetto era irrisorio rispetto a quello generato dal merchandising; e così la proprietà ha deciso che poteva tranquillamente fare a meno dell'albo, preferendo destinare il suo budget ad attività più redditizie.

D’altronde, non è un caso che Frank Miller ora si dedichi più al cinema che al fumetto. È là il vero business. E del resto un adattamento cinematografico o a cartoni animati “spinge” le vendite di un fumetto. (Qui in Italia c’è voluto il film per portare 300 in edicola, in edizione economica). (1)

Dobbiamo essere grati a Frank Miller e ai suoi colleghi baciati dal successo. Non tanto e non solo per quanto di buono hanno realizzato, ma perché, grazie a loro, i fumetti cominciano a essere equiparati ai romanzi nel rapporto col cinema. Cominciano a essere considerati realmente marketable. E la Francia non sta certo a guardare: poco importa che Blueberry e l’Asterixlive-feature” fossero film orribili. Comunque sia, sono stati realizzati; come è stata realizzata - e con approccio filologico - la serie animata di Corto Maltese. E il lungometraggio in animazione di Persepolis. E poi periodicamente si riparla del progetto di Spielberg su Tintin. (2)

Ma non sono tanto sicuro che, sulla lunga distanza, gli appassionati di fumetti avranno ragione di esultare. Certo, le prospettive economiche per l’autore che approdasse al cinema sarebbero rosee. Sarebbe la fine dell’iconografia classica del fumettaro sfigato.

Ma, come ricorda Frank Miller nella sua conversazione con Will Eisner, il successo degli autori della sua generazione è stato particolarmente favorito da una circostanza fortunata: il boom del direct market, delle librerie specializzate negli USA a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta. E, di conseguenza, il fiorire di case editrici indipendenti lontane dalla logica delle majors, che hanno permesso agli autori di far fruttare al meglio la loro creatività.

Quelle opere che noi ora vediamo trasposte al cinema - From Hell, Hellblazer (Constantine), V per Vendetta, Sin City, 300 - sono nate in un contesto di autonomia autoriale e di libertà creativa; quella libertà che alla fine anche le majors avevano concesso obtorto collo per fronteggiare la concorrenza o, semplicemente, per restare al passo coi tempi. Bevevano per non affogare. Il grande successo, come si dice, è stato più trovato che cercato.

Ma cosa succederà d’ora in poi? Se il cinema e i videogiochi offrono la possibilità di un mercato lucroso, perché mai un editore dovrebbe pubblicare “solo” un fumetto?

Quale sviluppo artistico può avere un medium la cui unica prospettiva è offrire semplicemente un punto d’appoggio per far fruttare altri media?

Bill Watterson, anni fa, compì una scelta radicale. Anzi, due. La prima fu quella di non continuare la sua celeberrima strip Calvin & Hobbes, ritenendo che quei personaggi avessero chiuso il loro ciclo. Non è stato il solo, certo. Anche Quino, dopotutto, smise di disegnare Mafalda. Ma Watterson ha fatto un passo ulteriore: ha rinunciato a ogni possibilità di merchandising, rifiutandosi di far comparire Calvin & Hobbes su qualsiasi altro medium che non fosse il fumetto. Rinunciando, come è facile intuire, a milioni di dollari in diritti d’autore.

Dave Sim non ha mai permesso che il suo Cerebus fosse tradotto all’estero per timore che fosse in qualche modo “snaturato” dalla pubblicazione su formati diversi e in lingue diverse. (3)

Art Spiegelman non ha mai concesso, per motivi che forse è più facile intuire, i diritti per l’adattamento cinematografico di Maus.

Ma fateci caso: stiamo parlando di fumetti concepiti come fumetti, e che solo in un secondo momento hanno dovuto affrontare la possibilità di diventare qualcos’altro.

In un futuro che potrebbe essere molto vicino, una presa di posizione simile da parte degli autori sarà possibile? E soprattutto, gli editori la permetteranno?

Quale editore si accontenterà di pubblicare un "semplice" fumetto? Quale autore si accontenterà di realizzare “solo” un fumetto, senza pensare fin dal primo momento a un eventuale sfruttamento del concept per il cinema e i videogiochi, dei personaggi per una linea di pupazzetti, del logo come marchio per T-shirt e portachiavi?

Possono convivere creatività e “georgelucasizzazione” del fumetto?

Paradossalmente, la boutade di Antonio Serra potrebbe trasformarsi in agghiacciante profezia. Il fumetto potrebbe non solo sopravvivere, ma addirittura prosperare a livello di presenza sul mercato. Ma potrebbe morire “dentro”, come linguaggio, come espressione profonda di sentimenti, sogni, idee; di tutto ciò che ha fatto del fumetto - a dispetto dei pregiudizi accademici - la Nona Arte.

NOTE DI AGGIORNAMENTO: 

1) Sia Sin City che 300 hanno avuto un sequel (Una donna per cui uccidere e 300: L'alba di un impero), e Frank Miller ha diretto il film Spirit, ispirato all'omonimo fumetto di Will Eisner. 

2) Il film su Tintin è stato poi realizzato da Spielberg nel 2011.  

3) Dave Sim ha cambiato idea in seguito. In Italia il primo volume di Cerebus è arrivato nel 2010, pubblicato da Black Velvet.  



FUORI CAMPO

Metto subito le mani avanti. Questo non è esattamente un blog. Diciamo che è un mezzo blog. Così come il sito michelemedda.com era un "mezzo sito", occasionalmente usato come blog quando mi scappava qualche esternazione.

Forzandomi la mano, nel 2009 avevo aperto un blog per accompagnare la pubblicazione di Caravan. L'ho chiuso (ma non eliminato, è ancora on line, qui) con un sospiro di sollievo. Se la serie fosse stata più lunga e avesse proseguito, il blog si sarebbe comunque fermato. Semplicemente, non avevo più tempo per aggiornarlo.

Dopo avere aperto un account Twitter ho continuato a pubblicare – sia pure con ritmi sempre più lenti – sul mio sito. Finché mi sono reso conto che, di nuovo, il mio tempo non bastava più.

Per aggiornare il sito la procedura era farraginosa e soprattutto lunga. E comunque, col passare del tempo, diminuivano sempre di più sia la voglia di esternare che i motivi. Ormai due cose mi erano chiare: a) ciò che noi autori scriviamo nei fumetti - lo dicono le fredde cifre - interessa poco. b) Quello che scriviamo riguardo ai fumetti, invece, non interessa affatto. (A meno che non si tratti di polemiche che attizzano sì e no cento persone.)

L'anno scorso ho chiuso il mio vecchio sito, quello legato al dominio michelemedda.com. A quell'indirizzo oggi c'è un sito giapponese. Non so perché. Posso solo ipotizzare che il mio dominio sia stato segnalato in automatico a quelle società che comprano domini scaduti per poi rivenderli a caro prezzo agli ex proprietari pentiti, o per inserire link che mandano su chissà quale sito-trappola gli incauti visitatori. In ogni modo, la cosa non mi toglie il sonno.

Parlare di fumetto, oggi, non è una mia priorità (e tutto sommato non lo è mai stata). Tanto lo fanno i lettori, nel consueto clima da Bar Sport (legittimo, finché non si pretende di spacciare pareri per "critica costruttiva"), e una "critica" spesso superficiale e distratta. E neanche questo mi toglie il sonno.

Io sono fuori campo.

Questo blog è una soffitta virtuale, per quelle vecchie cose che non avete il coraggio di buttare, e che comunque tenete da qualche parte per andare a riguardarle ogni tanto.

Sono presente in Rete dal 1999, e sono stato il primo sceneggiatore italiano ad aprirsi uno spazio sul web, nel 2000. (Nella voce a me dedicata, Wikipedia dice che questa notizia è senza fonte, ma fidatevi: vi assicuro che è così).  Mi spiace buttare via con qualche clic quello che ho scritto in tanti anni. E che, peraltro, non riguarda soltanto il fumetto.

Perciò, userò questo blog per lasciare on line quegli articoli che, anche a distanza di tempo, possono avere ancora qualche interesse per i lettori. Almeno per quelli che amano l'archeologia. Come diceva Antonio Serra: "E' sorprendente vedere quanta gente si interessi ancora alle lingue morte: il latino, il greco, i fumetti".