venerdì 4 marzo 2016

PERO', LA VITA...

Righe scritte a caldo, quattro anni fa, poco dopo la scomparsa di Lucio Dalla.


Come molti miei coetanei, Lucio Dalla l’ho conosciuto con la canzone Fumetto, sigla della trasmissione televisiva Gli eroi di cartone. Sarà stata la magia dell’infanzia, ma Dalla per me irradiava buonumore. Ed è stato così anche quando, ormai adolescente, l’ho sentito cantare canzoni piene di malinconia.

Ripensando alla sua discografia, c’è una cosa che mi colpisce e che apprezzo oggi forse più di ieri. Anche nei suoi testi più difficili e “impegnati”, come si diceva negli anni settanta, non c’è mai stata quella rabbia cieca – contro la società, i potenti, il destino – che diventa livore nichilista.

C’è sicuramente una sana indignazione “politica” alla base di canzoni come Itaca, Le parole incrociate o L’operaio Girolamo, ma che trova la sua controparte in altri pezzi programmaticamente leggeri: il gramelot di Pezzo Zero, la surreale, spassosa sarabanda Corso Buenos Aires, per non parlare della famosissima Disperato Erotico Stomp.

Quella di Dalla non era un’ironia a denti stretti, utilizzata come estrema difesa dalle brutture del mondo. Era il segno di una capacità genuina di lasciarsi andare, di cogliere l’attimo e cantare la gioia delle cose della vita.

Per questo, tra le centinaia di bellissimi versi scritti da lui stesso o, per lui, dal geniale Roberto Roversi, mi sono venute in mente le parole di Meri Luis, una canzone che non è tra le più celebri, ma che lo stesso autore amava molto. Meri Luis era nell’album intitolato semplicemente Dalla, il disco più venduto nel 1980, prodotto da due vecchie volpi come Renzo Cremonini e Sandro Colombini. Per capirci, il disco che conteneva Balla balla ballerino, Cara, Futura.  

Meri Luis è un bozzetto metropolitano, la storia di quattro personaggi: un dentista, un regista, una star del cinema, un taxista e una ragazza qualsiasi, la Meri Luis del titolo. Persone diverse eppure uguali, cioè come tutti noi: “scaraventate in mezzo al traffico”, cercano di uscire da una quotidianità vissuta ciecamente, da una vita “che passa accanto e con le mani ti saluta e fa bye–bye, un po’ umida di pianto e con i giorni messi male”. E si chiedono cosa succederebbe “se si provasse a trattenere il respiro”, “se si cercasse di fermare il giro”.

L’Italia stava uscendo dal tunnel degli anni di piombo. Eroina e P38 avevano annientato una generazione, lasciando tra le macerie non solo metaforiche un Paese inebetito. Dalla capiva benissimo questo smarrimento.

E adesso, mio Dio, dimmi che cosa debbo fare,
se debbo farla a pezzi questa mia vita,
oppure sedermi e guardarla passare.

Per questo ci invitava a non sciupare il futuro, chiudendo la canzone con parole di speranza che né lui né i suoi colleghi “impegnati”, appena pochi anni prima, avrebbero osato scrivere:

Però la vita, com’è bella, e com’è bello poterla cantare.

A pagina 129 dello Speciale Numero 2, Dallo spazio profondo (1993), Nathan Never ascolta la canzone The sea is so deep, di tale "Lucius Dahl"...

doveroso omaggio al Dalla di Com'è profondo il mare.
Testi miei, disegni del grande Roberto De Angelis.